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04/04/2011

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Illuminazioni "Sotto la luce più viva e diafana si nascondono le ombre e negli anfratti vivono le creature rifiutate da un mondo che rifugge il dolore, la vecchiaia, la malattia, la morte. La sua 'poetica della scoria', recupera e cinge nel canto anche le cose e gli esseri bizzarri, grotteschi, deformi, imbruttiti nel loro abbandono e nella loro solitudine, sia che si tratti di relitti di navi sia che si tratti di alienati nei manicomi o di ubriachi e vecchi sulle panchine delle piazze". Un'antologia magistrale del grande poeta brasiliano.
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IL POETA CHE ABITA IL MOMENTO
Quando nel 1983 Lêdo Ivo ha dovuto organizzare una sua antologia personale, ha sentito, sorprendentemente, “che tutte le sue poesie erano state scritte simultaneamente”, che non avvertiva “l’emblema del passato o lo stigma del presente. Tutte erano contemporanee, abitavano lo stesso momento” . Nel suo percorso poetico non si verifica, in effetti, come talvolta occorre per alcuni poeti, una qualche progressione verso la maturità o, comunque, verso l’essenzializzazione di contenuti e forme, giacché il poeta s’inaugura pienamente adulto, nella padronanza della sua materia, dal primo libro, As imagina??es (Le immaginazioni), del 1944, all’ultimo, Curral de Peixe (Bovile di pesci), del 1995. Anche Sergio Alves Peixoto, il curatore della nuova edizione di Os melhores poemas de Lêdo Ivo (Le migliori poesie di Lêdo Ivo), del 1998, ha abbandonato il rigido criterio cronologico, raggruppando poesie pubblicate in periodi diversi, tratte da libri distinti, tutte sincrone e coerenti perché “unite nell’uomo e nel poeta che le ha create, nello stesso momento ed eternamente” . In questa antologia, pur fondata sul criterio della serializzazione temporale dei vari libri, il lettore troverà una raccolta intrinsecamente organica, in cui tutto coesiste ed è attuale.
Lêdo Ivo debutta negli anni ‘40, quando un gruppo di poeti, fra i quali il nostro autore, emerge con proposte polemiche nei confronti della generazione modernista brasiliana che li aveva preceduti. Detti della “Generazione del ‘45”, tali autori ribadiscono l’importanza dell’accuratezza del linguaggio poetico e, spinti dall’esigenza di misura e ordine che accompagna e segna la letteratura del dopoguerra, recuperano l’uso dei metri regolari, che i modernisti avevano accantonato in funzione del verso libero e di un rapporto più vivo con la lingua parlata.
Pur se incluso in questa generazione restauratrice rispetto alla precedente , Lêdo Ivo ha tracciato un percorso originale e del tutto solitario. è indicativo, in effetti, che già nel 1944 egli sia salutato come un poeta singolare nel panorama letterario nazionale. Scrittori e critici quali Murilo Mendes, Afonso Arinos, Otávio de Faria, Roger Bastide, Sérgio Milliet e lo stesso Mário de Andrade lo accolgono come una delle voci più originali di quegli anni. Fecondo e versatile, Lêdo Ivo non ha fatto che confermare tali giudizi, mantenendo la forza della sua ispirazione anche in altri settori frequentati con estro, come il romanzo, la saggistica e la memorialistica.
Il poeta nasce maturo, nasce dalla forza del proprio mondo interiore, scavato nella solitudine del bambino che impara a scrutare il mondo:
Foi na infancia que aprendi a ver-te,
ó sol que me ilumina. E um arco-íris
abriu-se entre arraias no céu pálido.
(...)
De cima das dunas eu via o mundo:
escória azul ao longe,
mar curvo de navios.
“Fu nell’infanzia che imparai a vederti,
o sole che m’illumini. E un arcobaleno
si aprì fra le linee di un cielo pallido.
(...)
Da sopra le dune io vedevo il mondo:
scoria azzurra in lontananza,
mare curvo di navi.”
Ma se il poeta nasce compiuto, lo sguardo vergine del bambino che vede con nitore ogni elemento della realtà non lo abbandona mai. Dall’infanzia, dal mondo bagnato da una luce sempiterna e impietosa, sgorgano le immagini più vivide che hanno continuato ad alimentare la sua ispirazione. La scoperta della bellezza – “Come l’universo era bellissimo” – non è disgiunta da quella della povertà più cupa, circondata dai segni di abbandono e decadimento: E, nos monturos, homens e urubus, / na lei da livre concorrência, ganham / o p?o que Deus amassa (“E, nell’immondezzaio, uomini e avvoltoi, / secondo la legge della libera concorrenza, si guadagnano / il pane che Dio impasta”).
La sua poesia è pervasa da influssi della terra natia, il Nordeste brasiliano, soprattutto la sua Maceió, città portuale, capitale dello Stato di Alagoas, dove ha vissuto per molti anni e dove sembra ogni volta ritornare, alla ricerca delle immagini che lo hanno segnato. E all’epifania della luce s’avvinghia un sordo dolore di persone, strade e cose che s’impregnano di brezze, venti, salsedine, umidità dell’oceano e che, nell’abbandono, lentamente si decompongono:
E de tudo o que foi vida e clamor
e dor dos homens, e gesto de amor
para sempre perdido, resta apenas
a languidez do céu crepuscular .
“E di tutto quello che fu vita e clamore
e dolore degli uomini, e gesto d’amore
per sempre perduto, rimane solo
il languore del cielo crepuscolare.”
E se il poeta si sente contemporaneo di se stesso, ciò avviene perché il tempo non è avvertito come una successione lineare-cronologica: i suoi vivi e i suoi morti gli stanno sempre accanto. Per le stradine dei quartieri poveri di Maceió, vicino al porto, sull’orlo del mare, sugli scogli, sulle dune, nei luoghi solitari che il bambino e l’uomo hanno frequentato, egli ritrova i personaggi essenziali della propria storia, incisa nella pelle e nel sangue; la sua visione comprende, nel tempo-spazio del testo, ogni attimo di luce e di vita, ogni essere, non importa se visto solo di sfuggita o se amato con lo struggimento e la pena di chi sa che l’amore ha sempre due volti:
Fui hoje em sonho a S?o Miguel dos Campos
e vi todos os meus mortos passeando.
(...)
vi-me morto entre os mortos, vi-me vivo
entre os mortos bebidos pelo vento .
“Sono stato oggi in sogno a S?o Miguel dos Campos
e ho visto tutti i miei morti a passeggio.
(...)
mi son visto morto tra i morti, mi son visto vivo
tra i morti succhiati dal vento.”
Immagini ricorrenti sono il mare, la luce, le navi abbandonate nel porto, i cani randagi, i mendicanti, i pazzi del manicomio cittadino, i gabbiani, i granchi, le formiche, i molluschi, gli angeli barocchi scrostati delle piccole chiese di periferia, il vento del mare che carezza e sferza uomini e cose. Il poeta si sente partecipe di questo mondo: Sou como os caranguejos / que afundam na lama / dos mangues (“Sono come i granchi / che affondano nel fango / delle paludi”). Anche la ruggine è un elemento costante, la corruzione provocata dal mare – che pure è bellezza –, il sale che consuma lentamente i relitti delle navi che non conosceranno più le distanze.
La forma dà conto della molteplicità e ampiezza della sua cosmovisione e il poeta spazia dai metri fissi, come il sonetto di cui è un fine cultore, al verso libero, talvolta anche molto lungo, che segue le inflessioni della materia trattata; il tutto con grande libertà, assimilando sia la lezione dei classici della lirica in lingua portoghese, sia le innovazioni introdotte dai modernisti. Basta vedere l’uso che fa del sonetto, in lui sempre nuovo e originale, ironicamente dissacrante, a corrodere qualsiasi velleità di ripristino delle retoriche neoparnassiane, da lui profondamente avversate.
Poesia riflessiva, levigata, lucida, ma anche torrenziale e onirica, poiché il poeta avverte il bisogno di esplorare tutte le dimensioni dell’essere, anche quelle che sfuggono ad una percezione immediatamente e riduttivamente razionale. è per questo che egli, come si è visto, sfugge all’incasellamento automatico nelle linee di rigore e disciplina della Generazione del ‘45. Lêdo Ivo sente che il mondo è anche inquietudine, trasalimento, sogno. Si colloca, in questo modo, agli antipodi dell’altro grande poeta nordestino, Jo?o Cabral de Melo Neto, l’ingegnere del verso che traccia con riga e compasso ogni libro. “Tutto in noi è mistero”, afferma invece Lêdo Ivo .
Sotto la luce più viva e diafana si nascondono le ombre e negli anfratti vivono le creature rifiutate da un mondo che rifugge il dolore, la vecchiaia, la malattia, la morte. Possiamo definire la sua una “poetica della scoria”, che recupera e cinge nel canto anche le cose e gli esseri bizzarri, grotteschi, deformi, imbruttiti nel loro abbandono e nella loro solitudine, sia che si tratti di relitti di navi sia che si tratti di alienati nei manicomi o di ubriachi e vecchi sulle panchine delle piazze.
Lêdo Ivo è poeta antitetico, del chiaro e scuro, del vasto e angusto, dell’alto e basso, del sordido e puro. è aspro e tenero ad un tempo, ossessivo nelle sue immagini che si rincorrono e ci riportano sempre a quel nucleo di consunzione e dolore che è dentro la coscienza offesa dell’uomo. La poesia è allora intesa come superamento dei limiti, diluizione dei confini, luogo in cui gli opposti possono convivere.
Ma se la poesia è lo spazio dell’essere, è il luogo d’esilio dalla realtà tragica di ogni giorno, essa non ci allontana dal quotidiano, non ci distoglie dal mondo. Attraverso di essa, anzi, noi ci avviciniamo di più alla pienezza della realtà effettuale, per vederla in tutti i suoi contorni, penetrarla con tutti i sensi. è in questo modo che la poesia di Lêdo Ivo è anche quotidiana e sociale, attenta ai grandi problemi del Brasile, all’ingiusta distribuzione delle ricchezze derivata da una concentrazione e polarizzazione di reddito tra le più alte nel mondo.
Afferma la studiosa Lúcia Helena che la presenza del quotidiano in Lêdo Ivo indica una frattura, una “contraddizione fra l’eterno e l’effimero, un’ansia di vivere il presente, di allargare le sue frontiere, ora vivificando il passato, ora anticipando il futuro, ma sempre denunciando la precarietà degli uomini, intrappolati nel sogno di infinito e di eternità” .
C’è nella sua poesia una visione negativa della vita e del tempo, come lenta e dolorosa perdita, consunzione inesorabile che accomuna esseri viventi e cose nello stesso destino. Da qui forse il suo tentativo di annullare la linearità e la successione del chrónos, il dare spessore agli oggetti scartati, il soffermarsi su animali infimi, come formiche e molluschi, l’abbracciare nel suo essere-qui-ora tutto ciò che egli ha vissuto e vive con partecipazione commossa. Pure il genere umano è visto con sguardo pungente, critico, che denuda l’indifferenza e il cinismo con cui gli uomini spesso scrutano il dolore altrui e il male di cui sono frequentemente la causa. Una visione – la sua – che smaschera i falsi umanitarismi di coloro che, in un pietismo ambiguo, non possono non notare che i “poveri puzzano” .
La poetica di Lêdo Ivo è immanente ma vi convivo realtà e memoria con una tale intensità e concrettezza da darci l’impressione che esse siano la stessa cosa. Si è cercato qui di rilevare il nitore e la materialità di queste parole che aderiscono all’essere, che graffiano il sangue, con le quali il poeta recupera e rivela il suo paese – l’eccessivo, pungente Brasile, di cui il Nordeste è emblema – e che si radicano anche nella coscienza di ogni lettore per quel che hanno di assoluto, di ecumenico e di universale:
Este é o meu lugar, entranhado em meu sangue
como a lama no fundo da noite lacustre.
E por mais que me afaste, estarei sempre aqui
e serei este vento e a luz do farol
“Questo è il mio luogo, penetrato nel mio sangue
come il fango in fondo alla notte lacustre.
E per quanto mi allontani, sarò sempre qui
e sarò questo vento e la luce del faro”
E in questo suo luogo di poesia, di luci e di ombre, entriamo anche noi lettori alla ricerca di una casa comune, giacché, come afferma Antonio Prete, tradurre è come accogliere in casa un ospite. E se la casa è “disadorna” e talvolta “inappropriata”, per quel che di una poesia – connaturata alla lingua in cui fu generata – si perde, “da sempre nell’ospitalità quel che conta è il tempo-spazio di un ascolto, la convivialità di un colloquio” . Così sia anche per Lêdo Ivo, in questa casa in cui lo invitiamo a entrare, con tutti i suoi teneri e disperati vivi e morti che ci guardano, ci chiamano, ci chiedono di raggiungerli nel tempo-spazio della memoria e della realtà.
Vera Lúcia de Oliveira