Nuova collaborazione Casa della poesia e il Fatto Quotidiano
04/04/2011

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Undefeated La parola può cambiare il mondo, specie quando essa è il riflesso scritto di un'azione compiuta o di una voce urlata contro le ingiustizie del mondo. Questa è la poesia di Polansky: lo specchio di un uomo che non ha mai permesso che gli eventi gli scorressero addosso, ma al contrario si è lasciato toccare e ferire dalla vita propria ed altrui.
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TI DO LA MIA PAROLA:
Le azioni di Paul Polansky


Il modo migliore per introdurre al lettore l’opera di Polansky è quello di raccontare una storia, perché le sue stesse poesie sono spesso racconti (ma con qualità molto speciali): una sera, negli anni 70, a San Francisco andai ad una grande mostra delle opere di Man Ray, un importante esponente dell’arte moderna. Fu una mostra formidabile, realizzata con molti mezzi espressivi. Le gallerie erano invase di fiumi di gente desiderosa di vedere le opere di Man. Anche io lo ero, specialmente perché gli avevo fatto visita nel 1967 nella sua casa in Rue Ferou di Parigi, dove avevo trascorso un bel pomeriggio con lui e la moglie Julia, ad ammirare le maschere che stava creando a quel tempo. Alcune di queste furono esposte al MOMA di San Francisco.
Mentre stavo osservando una parete di sue foto, — il lettore ricorderà che Man faceva foto “lente”, cioè teneva l’otturatore aperto per un tempo più lungo del solito, il mio occhio, o il suo angolo, fu attratto da una foto lontana circa 5-6 metri, appesa ad una colonna del museo. Mi avvicinai alla foto.
Era una foto di corpi in movimento, che infatti si spostavano ondeggiando rapidi da una parte all’altra come nella corsa dei tori a Pamplona, in Spagna. A destra della foto vidi scritto un cartoncino: Ernest Hemingway mi chiese di prestargli la mia macchina fotografica. Questo è il risultato.
Se pure avessi avuto in precedenza dei dubbi sul fatto che la fotografia fosse un’arte, tali dubbi svanirono quando vidi la foto di Hemingway. VIDI, con una chiarezza che non avevo pienamente realizzato negli scritti di Hemingway, che il moto della sua mente è movimento inteso come Azione sposata alla parola, e nel sopracitato esempio, la macchina fotografica era soltanto un altro mezzo per dire quel qualcosa che sta alla base dell’essenza della sua espressività.
Come Hemingway, Paul Polansky ha a che fare con la parola come Azione. Ma anche con qualcos’altro: nelle opere di Polansky non c’è alcuna artificiosa fuga attraverso lo stile. Queste poesie sono le azioni autobiografiche dell’uomo. Si, lui riesce a dar voce ad una donna vittima dell’Olocausto. Si, è capace di descrivere un sogno con l’elaborazione di immagini. Ma la dinamica che sta alla base della poesia di Paul echeggia in quella frase contenuta in Howl di Ginsberg,
QUESTO è SUCCESSO DAVVERO.

Vale a dire che, o per un innato istinto di giornalista che è in lui, o perché egli rifugge dai voli lirici della poesia, Polansky si è dedicato in modo quasi ossessivo all’arte della Concretezza.
Quindi ciò che si coglie nella poesia di Polansky è un’azione narrata: Ecco com’è, dice, o Ecco com’è che mi è successo — niente fronzoli —nessun sibilo melodioso — questa è FactiCity, la città in cui per lo più vivo anche io.
Ed è questo ad essere disarmante in queste poesie. Il fatto che non lo siano quasi per nulla. Sono azioni, a volte quasi dei telegrammi scritti con un linguaggio sintetico che riporta un’urgenza, o un’ingiustizia, o, in un centinaio di poesie diverse, mostra le popolazioni Rom, o altri aspetti della vita gitana in luoghi come la Cecoslovacchia o il Kosovo, dove Polansky ha vissuto negli ultimi dieci anni, aiutando gli zingari — intrappolati nel conflitto tra Serbi e Albanesi —, portandoli in ospedale quando hanno bisogno di cure mediche, e facendosi carico delle altre necessità della comunità gitana. Ha diretto il restauro del cimitero ebraico di Nish, in Serbia, in un progetto che coinvolgeva musulmani, Rom, ebrei e protestanti uniti nel lavoro da un nuovo spirito di collaborazione.
E si può anche dire che tra tutti i poeti americani in Europa, ma anche negli Stati Uniti, Polansky è il più concretamente impegnato nelle cause per i diritti umani che riguardano le vittime dell’olocausto, specialmente quello inflitto alle popolazioni Rom, e questa è una delle ragioni per cui nel 2004 gli è stato conferito il Premio Weimar, il prestigioso riconoscimento tedesco per i diritti umani.
Andando alla radice della Parola/Azione di queste poesie — ed è forse proprio questo il cuore dell’autenticità delle opere di Polansky — il lettore entrerà in un mondo che non conosce, come la maggior parte di noi. Apprenderemo, ed impareremo davvero alcune cose su popoli diversi, con modalità che saranno totalmente e straordinariamente indimenticabili — rivelate da un uomo che ha viaggiato per il mondo e che è passato dall’essere un attaccabrighe in una cittadina del Middle West americana, ad essere un pugile di fatto, per poi spostarsi in Europa nel 1963 e continuare la Giusta Battaglia, nei suoi numerosi libri di poesie, con la migliore arma in mano.

Jack Hirschman
Baronissi, 2009