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04/04/2011

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Abdellatif Laabi
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Abdellatif Laabi, “nascita presunta nel 1942?.
Una boutade? Nient’affatto. Una data di nascita a occhio e croce, quando le autorità del protettorato si decidono a generalizzare lo stato civile in Marocco.
Un’indefinitezza che si addice ad un uomo che insorge contro le etichette.
Vada per il 1942.
All'inizio, Fès, dunque. “Le viuzze ed i cimiteri. ? Città-labirinto dove i bambini si sfregano alla vita, cimiteri dove si gioca al calcio a piedi nudi per non danneggiare le proprie scarpe. Le viuzze, dominio del lavoro umile e paziente degli artigiani; di Driss, il padre, artigiano sellaio.
“L'artigiano oscuro
nella bottega oscura
nel paese oscuro
Picasso del silenzio?

E Ghita, la madre dagli occhi verdi, in rivolta permanente contro la sua condizione, femminista ante litteram e senza saperlo.
Farà di lei l'eroina del suo romanzo "Le Fond de la jarre".
Entra alla scuola franco-musulmana. Scopre alla rinfusa la lettura, la lingua francese, la condizione di piccolo colonizzato. All’uscita dalla scuola, sulle piazzette dove i narratori lo iniziano al territorio dell'immaginario, contempla i paesaggi urbani ed umani, forgia la sua sensibilità. All'indipendenza, nel 1956, ha quattordici anni.

Scrive già. Cos’è che instillò “il male di scrivere?? “Il mio primo shock fu la scoperta dell'opera di Dosto?evski. Scoprivo con lui che la vita è una chiamata interiore ed uno sguardo di compassione gettato sul mondo degli uomini. ?
Saltiamo alcune tappe per arrivare all'università, a Rabat. La sezione di lettere francesi manca crudelmente di aspiranti professori, vi viene iscritto automaticamente. Sognava di studiare il cinema, in caso contrario la filosofia. Ma vada per le lettere francesi…
Nel 1963, partecipa alla creazione del teatro universitario marocchino. Là, tra Brecht ed Arrabal, incontra Jocelyne, studentessa venuta da Meknès, appassionata di teatro anche lei. Si sposano nel 1964. è allora che la tempesta politica che li travolgerà comincia con un ciclone devastante: il massacro di migliaia di bambini che manifestano in modo pacifico a Casablanca, nel marzo 1965.
“Per mille e uno bambini
Cancellati
da un frego di odio
all'alba muta
di popoli pazzi di parola…?

Insegna allora il francese in un istituto universitario di Rabat. Il contatto con i giovani allievi è entusiasmante ma a lui non basta. Nel 1966 comincia “la bella avventura? di "Souffles" (Soffi). Se la rivista si annuncia come poetica e lo è esclusivamente nel suo primo numero, non è un caso. “La poesia è il vero laboratorio della letteratura. ? Fin dal numero 2, gli orizzonti si allargano: interrogarsi sulla cultura, indipendentemente dalla sua forma d'espressione, quindi poco a poco sui problemi sociali ed economici che sono la sorte della società marocchina sotto il regime d'ingiustizia e di corruzione che l’opprime. "Souffles", saranno 22 numeri in francese, 8 numeri in arabo (Anfas, “soffi? in Arabo), nei quali tutte le questioni che agiteranno il campo intellettuale nei decenni seguenti sono poste. “Quest'esperienza fondatrice ha permesso un reale sconvolgimento del campo letterario magrebino. ?
Parallelamente, si impegna nell'azione politica.
“Il passo che avevo fatto derivava normalmente dalla mia rivolta e dalle mie esigenze di scrittore. Le parole della mia ribellione non potevano essere gratuite. Dovevo essere coinvolto, prenderle alla lettera. ?
Raggiunge le file del Partito per la liberazione ed il socialismo (avatar del Partito comunista marocchino), lo lascia, è nel 1970 uno dei fondatori del movimento di sinistra estrema Ilal-Amam, clandestino per forza di cose e del regime di ferro.

1972, gennaio. Inizio dell'anno, inizio degli anni neri, della cappa di silenzio e di paura che si abbatte sul paese.
Arresto. Tortura. Prigione. Contemporaneamente a decine di giovani uomini ed alcune donne, idealisti e ribelli all'ingiustizia.
Nel 1973, è condannato a dieci anni di prigione. Una parodia di giustizia: le prove “schiaccianti? della sua impresa sovversiva, del complotto che lo si accusa di aver fomentato contro il regime, sono i numeri completi di Souffles e di Anfas.
E lo si incarcera “nella cittadella d'esilio?, a Kénitra, dove diventa il prigioniero numero 18611.
“Si appone un numero sulla schiena della mia assenza?
Lo si rinchiude. Ma si lascia rinchiudere? Non cessa di scrivere, di bruciarsi al fuoco degli interrogativi, alle rimesse in questione in lui, attorno a lui, di amare. Di vivere. Non cessa di essere libero.
“Non arriverò fino a ringraziare il mio carceriere, ma riconosco che senza di lui la libertà che ho guadagnato sarebbe restata per me una nozione abbastanza astratta. Allora, in quest'affare e nonostante le apparenze, chi ha avuto l'ultima parola, lui o io? ?
Al termine di otto anni e mezzo, nel 1980, le porte della cittadella si socchiudono per lui ed alcuni dei suoi compagni di detenzione, grazie ad una campagna internazionale a suo favore. Non ha perso nulla delle sue esigenze, della sua capacità di rivolta, del suo slancio verso una più grande umanità.
“La prigione mi ha insegnato molto su me stesso, sul continente sconosciuto del mio corpo e della mia memoria, sulle mie passioni ed il loro sconosciuto labirinto di radici, sulla mia forza e la mia debolezza, sulle mie capacità e i miei limiti. La prigione è dunque una scuola spietata di trasparenza. ?
Cinque anni più tardi, lascia il Marocco per la Francia. Lasciare? Esilio? Quale tipo d'esilio è?
“La distanza presa dal paese mi avvicina di più ad esso. Mi permette di iscriverlo meglio in un processo universale. La distanza è il nuovo prezzo da pagare. La scrittura vi guadagna la sua vera libertà, e la sua verità in un certo qual modo. Non si conforma più che alle sue esigenze. Non firma più le rivolte. è rivolta. ?
Libertà, la parola principale.
Da allora, si è fatto traghettatore di parole, che impegnandosi nella traduzione in francese di molti autori arabi, poeti essenzialmente.
E soprattutto, da un libro all'altro, sviluppa un'opera che tocca tutti i generi letterari (romanzo, teatro, saggio, libri per bambini) ma la cui base essenziale resta l'umano. “Non ho mai cessato di andare
verso le mie radici d'uomo?
ed il mezzo d'espressione privilegiato, la poesia
“La poesia è tutto ciò che resta all'uomo per proclamare la sua dignità. ?
Un libro dopo l'altro, scava il suo solco particolare, con una penna sempre rinnovata, con lo sguardo di quello che sa ancora meravigliarsi dinanzi alla vita, di quello che freme a volte dinanzi ai limiti imposti, la difficoltà di dire: “Sono appena nato alla parola?.
Un uomo che non bara.
“è la mia vita
che metto in parole
che traduco in immagini
più o meno felici
che interrogo, sconvolgo
e spremo come un limone?


Abdellatif e Jocelyne hanno avuto tre bambini: Yacine nato nel 1965, Hind, nata nel 1966, Qods, nata nel 1972.

Abdellatif Laabi è stato tra i protagonisti degli Incontri internazionali di poesia di Sarajevo del 2008.